Premessa e Posteucarestia (Paralipomeni del Blog)

La mia funzione, insomma il mio scopo, la mia ragion d’essere, è quella di tenere un diario virtuale, un diario speculare, per quant’è in realtà possibile, con il mio Zibaldone (Dio, che nome svilente!) diviso in fogli di quaderno, in paragrafi, in legende complesse, e altri flussi di coscienza che qui, tutto plastico in HTML preconfigurati, sembrano essere difficili da attuare.

Ebbene, vedrete gli sforzi di memedesimo ricostruire se stesso un pensiero alla volta.

Vi avverto, però: non sono una persona razionale, nel senso lato del termine; vedrete, su questa colonna d’Ercole, una serie di locuzioni senza verbi, pensieri come serpenti che si mordono la coda, periodi campati in aria, frasi ciceroniane con accozzaglie di virgole messe a caso cercare di sbrogliare se stesse in grovigli indescrivibili;

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Meditazione

E’ che mi riprende il fuoco nei lombi e mi pare l’unica cosa palpabile, l’unica chiave di poetica per ogni porta della noia e l’ispirazione, alata dea del mio avvenire, in mezzo a dove si produce la gioia: mi ci getto in quel mare e ci faccio un paio di bracciate a dorso del sole coscienzioso, poi coi capelli fracidi apro gli occhi al sale e all’acque del fondale, e le alghe che si muovono tra le correnti elettriche di amori di pesci, sia fatta sempre la volontà del romano primo cittadino.

Pensando a qualche lei, per esempio, mi sovviene l’estate? No, sovvienmi l’inverno dei maglioni lunghi fino a coprire il cavallo che fa hii hii dentro di noi, nel basso ventre denso di sangue, quando il calore sembra farsi una necessità, e che probabilmente è la spiegazione di ogni nostra volontà; che potrebbe essere mai?

Oramai lo utilizzo come un intercalare, quando son preso dalla velocità e dal tamburellare dei tasti che quasi ci perdo la testa. In mezzo a troppi pensieri? Non siamo sciocchi, in mezzo a troppo pochi; anzi è la noia a dettarmi come una maestra pagliericcia le parole da scrivere.

Che poi non so come ma non c’ho coltelli per aprirmi e farmi un’analisi introspettiva, e se tento di farla si sperde in fretta la veridicità, o, suvvia, la verità. Ma che è alla fine?

La filosofia per esempio è poco sentimentale, almeno da come la vedono i miei occhi vetreggianti, e la sua ragione motrice mi prende, e me ne vanto, in tanta vanità mi piace stare: dico a me stesso che dovrei lasciare ogni cosa del genere, anzi, magari incominciare ad andare male per convincermi, mettermi alla prova riguardo alla sordidezza vereconda del mio stato di involontaria (forse meglio afasica) sapienza; sapienza! A far leggere tutto questo a qualche occhio indiscreto mi sentirei atterrito dalla loro modestizzante impetuosità: come se fossimo tutti straccioni.

A giusto merito dovrebbe seguire un giusto orgoglio; sovvienmi Kierkegaard, e le morte stagioni dei pensieri che non scrivo perché troppo intimi: sono quelli che vanno cacciati fuori dalle profondità per essere sicuri di essere umani, dopo tutto? O forse umana è la troppa fallacia, e il mio essere inumano è l’alto sentimento borghese che mi trascina fino a dentro il guano.

La totale indifferenza alle vicende umane, ad esempio, è la mia grande fallacia, la mia inconsistenza sensibile, e una troppa impressionabilità, o che ne so, richiesta empatia, per ciò che riguarda alle mie vicende, alla mia debolezza di uomo, e di uomo non quanto individuo umano, ma di uomo in quanto individuo maschile; l’insopportabile stato di quiete noiosa, le sue vie di risoluzione Schopenhauriane che disilludono ancora: sono eudemonismi possibili quelli orchestrati da una credenza in volontà piene, che non tengono conto cioè dell’esperienze? Ci si può fidare della sicurezza in se stessi, allora? E il produrre, questo confessarmi, da cos’è dato?

Il mio solitario pensiero mascherato dalle relazioni umane, insomma quelle che multiformemente siamo per tutti o per parti di tutti: la vita che sgorga come un testo teatrale agli occhi di chi è un’esteta, a chi perde la condizione di schiavo e acquista quella di Dio: spettatore e autore dell’intreccio multiforme che è ed umanamente sempre sarà.

Lettera apocrifa di Francesco Petrarca ai suoi lettori, scritta sul letto di morte.

Non sono efferato a principiare lettere, non lo sono tanto meno nella composizione oratoria adeguata a chi m’aspetto che legga questa lettera, ma il buio della notte che ottunde la mia mente, la necessità di luce, il bisogno straziante di consiglio e la mia precaria condizione spirituale e corporale, mi costringe davanti al mio consueto foglio bianco, per orchestrare il mio ultimo frammento spirituale.

Vivere in una realtà, caro lettore, che lascia spazio alle multiformi interpretazioni del mondo, come il pluralismo si prepone di fare, mi obbliga ad essere schiavo della libertà di pensiero, ovvero della stessa responsabilità che grava in tutti noi: soppesare il giusto e l’ingiusto sugli equi piatti della ragione, pensare che la propria sorte sia in qualche modo triste.

Il problema fondamentale che affligge questo sistema, nell’ottica mia, è che l’uomo non utilizza la razionalità, poiché se l’usasse sempre, secondo gli ideali con cui egli la descrive, non ci sarebbe nemmeno bisogno di indirizzarti questa lettera, poiché l’intero genere umano sarebbe in pace con se stesso, e, in pace, coinvolgerebbe alla tolleranza l’intera propria razza.

Ma io, pace non trovo, e non ho da far guerra, e in un simile dualismo giaccio.

Poiché la razionalità è, sì, un meccanismo fallibile e limitato, che non può essere ciò che l’uomo si prefigge che sia poiché è umano, e l’uomo non può essere puro di fallacità; un meccanismo simile e delicato conduce all’errore, alla misinterpretazione, quindi alla conseguenza primale di noi stessi, ovvero la violenza e ciò di più turbolento è della psiche della nostra specie, che noi in quell’infausto momento poniamo come unico modo di ottener ragione da chi abbia un partito diverso.

E se, come secoli di leggi e insegnamenti morali mutuati dalla religione ci hanno insegnato che il bene sommo, il fine assoluto, è la vita (cosa che d’altronde nemmeno la natura tace di dire con ‘perpetuazione della specie’), noi dobbiamo rendere meno alla nostra ‘razionalità’ di agire contro l’uomo, quindi contro se stesso.

Ancora, se la ragione ha come proprio cardine, come esplico al principio, la libertà di espressione e pensiero, anche essa deve essere soppressa, poiché essa può contrastare la comunanza attraverso l’ineguaglianza, quindi favorire la discordia. Un pensiero comune, al contrario, uniformato e illuminato dalla luce di una singola Verità, è naturalmente più propenso a prosperare grazie alla comunanza dello stesso, e la comunanza genera coesione.

Alfine, mi pare necessario, per la creazione di una società perfetta, abolire la libertà, ciò che all’uomo permette di agire male, e sostituirla con una falsa libertà, una situazione di schiavitù così ben costruita da sembrare inesistente.

Eseguire ciò, è dotare ogni uomo d’un lavoro, poi fare che tutto il suo lavoro gli paia ben compiuto, quindi fargli credere che non potrebbe vivere meglio senza di esso, e che anzi sia il migliore dei mondi possibili.

Mi si risponderà con verbo simile, cioè che l’uomo è però volubile e immerso fino all’orlo del vizio e dal peccato; infatti è necessaria cosa, per ciò di cui io parlo, far credere all’uomo che egli abbia libertà (che poi in realtà non sussistono), e, tuttavia, dotare la società di svaghi tali che esso non possa pensare alla propria libertà, che come dicevo prima è inesistente, e ancora, cagione di infelicità.

Forse mi attaccherai, lettore, poiché tu credi ancora, per la giovine età oppure per quegli ideali in cui credi, che la libertà ti faccia sentire libero e quindi felice; ma ricorda a cosa pensi, quando sei solo, nell’oscurità della notte, libero come tu dici: ti compiaci, forse, dell’universo creato, e poi ragioni variabilmente sul tuo futuro e gioisci del tuo passato? Io, invece, non posso far altro che pensare al fato, e liberamente, come noi tutti andiamo contro di esso senza preoccupazioni, ma rosi dal peccato e afflitti dal male da noi stessi generato, con gli unici piaceri eterei come il fumo, che non si possono carpire, per poi soggiacere ad una morte inevitabile, con nessuno al fianco che capisca quanto dolore si provi a sentire fortemente lo stato di naturale miseria.

Vorrei che il mio pensiero, oh, mio lettore a cui affido queste righe, che ben conoscono il pensiero di chi vive da modesto nella modesta Arquà, ti convincano del giusto: l’uomo vivrebbe meglio stupido, e se non stupido, ottuso.

Francesco Petrarca, Arquà, notte del 18 Luglio 1374

Da Individuo a Massa

I politici parlano tanto di felicità delle masse… non riesco a concepire masse felici di individui infelici.

La massa sussiste nella mediocrità, nella scusabile inettitudine del singolo a favore dell’unità della moltitudine: senza individuo infelice, la mente singolare si trasforma in mente di massa, e questa non ha le caratteristiche per diventare propriamente una mente, anche se in essa circolano idee mutevoli.

Ma le idee mutevoli non vengono accolte come una mente individuale farebbe, tramite l’utilizzo della razionalità e della memoria (anche se in una mente di massa la memoria esiste, ed non condona nulla), ma attraverso, apparentemente, la capacità del singolo di riflettere (quindi apparente razionalità), per poi tramutare quel dato in demografia, trasformando ciò in moda. Per fare un paragone, la mente di massa è l’encefalo, e il singolo è il neurone, il quale trasmette l’impulso della tendenza.

Ogni moda, secondo un particolare modo di intendere le cose, soltanto esistendo, giustificherebbe la sua causa e il suo effetto. Eppure bisogna analizzare la moda, il trend, come si farebbe per una malattia, poiché anche essa si spande a macchia d’olio tramite contatto, e senza scelta attiva. L’organismo della moda è un qualcosa di estremamente intricato di cui non c’è spazio per trattare, ma basti dire che è complesso quanto le radici stesse della psiche umana.

Parlo di moda perché è tramite essa che la mente di massa ragiona, come nel singolo sono le parole concretizzazioni dei pensieri, le mode sono convenzioni che determinano un’età, un periodo.

 

All’Apocalisse

Cessa ‘l pianto, chiara luce celeste.
Ossari neri dal fumo paventan
Colonne cineree, ‘l fuoco addenta
‘L Ventre materno, rigurgita peste

Ardendo il mare, ogni vita spenta,
Tetra la terra intera investe
Nube, roghi di ardenti foreste,
Il Fato le sue viscere tormenta.

Cessa ‘l pianto, imenea consorte.
L’Anima è vinta, per la Materna
Che di fumi stringe ‘l manto, avvolte

Stan su la arida vetta superna,
Le Trine Sorelle di padre Morte:
Un fiato, e muteran la lucerna.

Frammento sul Sentimento 

​Il sentimento è tra i pilastri del mondo materiale-spirituale, poiché congiunge l’idea concettuale del bene e del male con qualcosa di decisamente esistente, come una minaccia, uno schiaffo, un abbraccio, un bacio. Ma la stessa idea di bene e di male è materiale, poiché nasce con la crescita e l’apprendimento, ovvero con la somma di un qualcosa di esterno al nostro corpo che provoca benessere o malessere, e che di conseguenza fornisce naturale congiunzione tra benessere-buono e tra malessere-male.

Frammento sull’Ironia

Credo che l’ironia sia ciò che contraddistingue la sagacia, poiché il comico è in qualche modo distaccato da ciò su cui ironizza, e ciò su cui ironizza è la società, la sua moda e il gusto di massa, oppure il modo di essere del sistema del mondo: l’ironia nasce dall’accorgersi che c’è qualcosa che non va, e ciò è così assurdo da far ridere. 

Symbol Minded

L’uomo ragiona per simboli, e vive attraverso di essi.

I simboli sono simulacri che racchiudono in se stessi le idee, o insiemi specifici di idee e valori; essi sono molto spesso compositi, ovvero tratti da un prodotto di poesia, cultura di massa, fenomeno, che ne è quindi la radice, la causa.

I simboli decodificano inoltre la nostra appartenenza a qualcosa di specifico, esempi come: un ceto sociale (i colletti bianchi e i colletti blu prendono il nome da un loro simbolo, la divisa lavorativa), un insieme di persone con il medesimo gusto in relazione a qualcosa (i fandom; chi non ne ha mai sentito parlare?), con la stessa ideologia politica (il fascio littorio, la falce e il martello, la fiamma tricolore), religioni di massa (il crocifisso, la stella di David, lo Yin e lo Yang).

Il simbolo ha una funzione sociale, poiché aggrega una massa accomunandone gli elementi culturali, conseguentemente rendendo quella più compatta, e le persone più simili, poiché uniformate da una stessa esperienza (che è la base dei rapporti umani); e quella ideale, di cui ho parlato prima, che accomuna le idee.

Ciò che sta all’uomo, data l’onnipresenza del simbolismo di cui è ammorbata la pubblicità e ogni sorta di prodotto mediatico, è l’onere interpretativo, il “risalire all’origine” del simbolo e dei propri componenti, decodificandone il significato.

George Carlin “leaved the symbols to the symbol minded” (gioco di parole intraducibile) perché la mentalità comune si identifica nel simbolo ma non ne esamina i valori, fermandosi all’immanenza e alla statuarietà del simbolo nel suo aspetto esteriore, non trascendendo il messaggio, ergo, non comprensendolo appieno.

L’uomo, tuttavia, non può fare a meno dei simboli, poiché senza di essi non avrebbe la possibilità di rapportarsi con gli altri uomini: i simboli sono l’immanentizzazione (o meglio materializzazione) dei concetti astratti per cui l’uomo vive, ovvero le idee.

Davanti al Seggio del Signore

Davanti al seggio del Signore,

In mezz’a e nubi luccicanti,

Il Signore chiederà:

“E tu? Tu che facesti in vita?

‘O sai ch’è un dono, no?

E tu? sei ‘n mezz’ omo,

Fatt’avanti, e vai al ché!”

“Io, Signò”, ar Padreterno,

“Vissi solo a faticà,

perché il buon sistema

non m’avesse da mangià!”

“Ah!” farà allora il Trino,

con la barba ch’arriva fino a giù,

“Fosti proprio un’pecorella

E t’è bene star quassù!”

E col ditone diamantato

mandallo da Pietruzzo,

che con chiavi e complimenti

fia a lui non l’aspettar.

Un bel dì, berretto in mano

com’un esule d’Irlanda,

davanti a Dio, un po’ alla mano,

Lui a dire: “Chi ti manda?”

fece quei: “Mi mando io,

e io soltanto, non er papa!”

“E che facesti, mio figliolo,

per venire al seggio, eh?”

“Fui guerriero, e di parole

Non di spada, scudo o che,

con Ragione all’uman prole

io deviai la strada a te!”

“Il che dici, mascalzone,

non si scherz’infront’a me!

Perché non sei dar Diavolone

Che ti abbia a punzecchià?”

“E lo chiedi, Padreterno,

non lo sa er figlio tuo?

Non hai visto che casino

Quando unisci Fede e Re?

Vedi tutti gl’ignoranti

Chi caproni, chi birbanti,

che con certe preghieruzze

Via ‘l peccato e sei de qua?

Io gli dissi: ‘Oh, pischelli

Fate un po’ come ve pare,

se ve rode poi ‘l morale

vedete m’ascoltà!

Svegliatevi dar sonno

Di sto nuovo medioevo

Ner vangelo io diniego

Che ci sia parol’e Dio

Che ce dica: siè bigotto

E il mondo sarà pio.

Io me chiamo il bon Martino,

son tedesco o giù di lì,

chi ha da fà, sia santo

e chi non vole, stia a casì’”

Il Signore, tutt’arraggiato,

non teneva che da farsi

e con un: “và, beato,

o mejo dire fortunato!”

Quello manda da San Pietro

(Che bestemmia i diavolacci!),

Quello apre i catenacci

Ed è dentro il Paradiso.

Ve racconto, se non è fretta,

Ciò che fue di sta questione:

In tre anni e na mesetta

Dar cielo a ‘nferno và;

La morale? E che ce vole:

Ir ciel non è pei boni

Ch’in cor han l’umanità,

ma è di chi non fa quistione

e nun ve chiede: “ma ch’è qua?

Perché ir monno va sbajato

e tutti quanti, pure ir papa

adesso par n’indemoniato?”

Non c’è nessuno, ortr’a me,

che se chiede: ma perché?

Io non ve capisco più

E me ne vado da quaggiù:

ma na cosa ve dico, prima

che je scappi da st’inferno

e ja dite ar Padreterno

anche s’è senza ‘sta rima:

Il mondo va cambiato

E farlo tocca a noi,

non siate pecore ma gente

ch’a vita scorre via,

pe ‘sta corrente.